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Speciale rifiuti

I rifiuti in Italia crescono più rapidamente del pil:
dal 1997 al 2002 la produzione di rifiuti urbani è passata da 26 a 29,8 milioni di tonnellate, con un aumento del 12%.

Questo il risultato di un'inchiesta apparsa su Italia Oggi lo scorso dicembre.

Bluebrain ha voluto vederci chiaro.

GESTIONE DEI RIFIUTI INEFFICACE E COSTOSA?

Cosa dicono le aziende, gli addetti ai lavori e il presidente dell’Osservatorio nazionale sui Rifiuti Massimo Ferlini? Ecco le risposte e le indicazioni sul decreto Ronchi.

Il Ronchi che ha riformato il settore nel 1997 non ha fatto centro, e a risentirne sono soprattutto le imprese. Il riciclaggio dei materiali recuperati stenta a prendere quota a causa delle elevate spese di trasporto, che lo scorso anno hanno raggiunto i 5 miliardi di euro, pari al 40% del costo dell’intero ciclo dei rifiuti.

La normativa più severa sul trattamento ha poi fatto lievitare i costi di gestione degli impianti, che si sono riverberati negativamente sulle imprese produttrici.
In Italia i costi medi degli impianti per lo smaltimento di rifiuti urbani si attestano intorno ai 50-65 euro per tonnellata nella gestione delle discariche; 50-60 euro a tonnellata per il compostaggio organico; 70-90 euro per la termovalorizzazione.
I costi si moltiplicano per i rifiuti speciali, derivanti cioè da lavorazione industriale, attività commerciali, attività di recupero e smaltimento di rifiuti.

Anche la burocrazia rende meno appetibile il riciclo, spingendo le PMI ad acquistare materie prime e a destinare allo smaltimento i materiali di scarto prodotti. Cartellino giallo ai comuni, che secondo Federambiente e Osservatorio nazionale dei rifiuti portano avanti una politica inadeguata: dall’introduzione della nuova normativa le strategie di ecosostenibilità si sono concentrate principalmente sulla raccolta differenziata, tralasciando del tutto il riciclo.

L’Italia è indietro rispetto all’Unione europea nell’incenerimento, dimostrando di continuare a prediligere le discariche, in cui finisce il 70% dello scarto prodotto.

I DATI DEL SETTORE

Dati negativi e le PMI cercano nuove soluzioni per diminuire i costi di gestione.

I rifiuti in Italia crescono più rapidamente del pil: dal 1997 al 2002 la produzione di rifiuti urbani è passata da 26 a 29,8 milioni di tonnellate, con un aumento del 12% (dell’1,3% dal 2001 al 2002). Se si aggiungono le quote relative agli speciali, pari a circa 90,4 milioni di tonnellate (il dato, contenuto nel rapporto rifiuti 2003 di Apat e Osservatorio nazionale dei rifiuti, è però del 2001), si superano i 120 milioni di tonnellate l’anno: di questi, circa 4,2 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi e 31 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione.
I rifiuti speciali complessivamente gestiti sono stati nel 2001 circa 77 milioni di tonnellate, senza considerare però i rifiuti avviati a impianti di stoccaggio e messi in riserva.

Una nota positiva per l'Italia: il ciclo di gestione dei rifiuti speciali risulta più conforme agli standard europei. Anche la raccolta differenziata, seppure in crescita, è ancora lontana dalla soglia del 25% fissata dal decreto Ronchi: per il momento si attesta intorno al 19,1%, con picchi del 30% nel Nord Italia, in vetta alla classifica per macroaree rispetto al Centro, che differenzia il 15% dei rifiuti, e del Sud, in coda con il 6% di differenziazione.

DECRETO RONCHI: LA SOLUZIONE?

Trasportare i rifiuti dal cassonetto sotto casa agli impianti di termovalorizzazione o in discarica costa più di 5 miliardi di euro all’anno: un costo che sfiora il 40% della spesa complessiva sostenuta per far fronte all’intero ciclo dei rifiuti.
Il basso valore di mercato e gli elevati costi di trasporto disincentivano il riutilizzo di materiali come trucioli di legno, materiali ferrosi, derivati del latte e addirittura la bottarga paradossalmente il riciclo, che era uno dei principali obiettivi del decreto Ronchi, viene penalizzato proprio dalle sue disposizioni.

PARLA MASSIMO FERLINI

«Il decreto Ronchi ha fissato degli obiettivi che non sono stati raggiunti», ha detto Massimo Ferlini, direttore dell’Osservatorio nazionale dei rifiuti istituito presso il ministero dell’ambiente. «Solo Lombardia e Veneto hanno superato gli obiettivi per il 2003, raggiungendo una quota superiore al 25% richiesto». Come accennato, il Nord è l’area in cui la raccolta differenziata funziona meglio. «Le regioni in cui la raccolta differenziata ha attecchito meglio sono quelle dotate di un avanzato sistema di impianti per il trattamento e il recupero dei materiali e dell’energia», aggiunge. In sostanza, secondo Ferlini, il ritardo nel recupero è dovuto all’inadeguatezza dei sistemi industriali.
«Finché non si rendono competitivi i sistemi di trattamento e di riciclo, sarà sempre più conveniente destinare i rifiuti alla discarica» prosegue il direttore. Un problema anche di sensibilità, quindi, e di cultura ambientale e politica.

GLI ADEMPIMENTI NORMATIVI

Le imprese che producono rifiuti pericolosi o non pericolosi derivanti da produzione industriale e artigianale, dal trattamento di altri rifiuti, dal trattamento delle acque dall’abbattimento dei fumi, devono presentare il modello Unico di dichiarazione ambientale (Mud) che rendiconta della passata gestione dei rifiuti della società: quelli che ha prodotto, quelli che ha avviato allo smaltimento e quelli che ha avviato al recupero.

Le imprese produttrici devono tenere i registri di carico e scarico, con fogli numerati e vidimati dall’ufficio registro, su cui devono annotare con cadenza almeno settimanale le informazioni sulle caratteristiche qualitative quantitative dei rifiuti, da utilizzare ai fini della comunicazione annuale al catasto dei costituito presso le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Il registro va conservato per cinque anni e deve contenere: l’origine, la quantità, le caratteristiche e la destinazione specifica dei rifiuti; data del carico e dello scarico dei rifiuti e il mezzo trasporto utilizzato; metodo di trattamento impiegato.

Produttori di rifiuti speciali devono essere accompagnati, durante il trasporto, da un formulario di identificazione dal quale devono risultare, in particolare, i seguenti dati:

a) nome e indirizzo del produttore e del detentore;
b) origine, tipologia e quantità del rifiuto;
c) impianto di destinazione;
d) data e percorso dell’istradamento;
e) nome e indirizzo del destinatario.

Il formulario va redatto in quadruplice copia, compilato, datato e firmato dal detentore dei rifiuti e controfirmato dal trasportatore.
Una copia resta al detentore, una è acquisita dal destinatario e due dal trasportatore, che provvede a trasmetterne una al detentore. Le copie del formulario devono essere conservate per cinque anni.
Sono soggette all’obbligo del Mud e alla tenuta dei registri e dei formulari anche le imprese che svolgono attività di raccolta e di trasporto di rifiuti. Tali imprese sono iscritte nell’albo dei gestori di rifiuti: attualmente sono circa 18 mila, con una fetta prevalente costituita da trasportatori.

Per svolgere le loro attività i gestori devono chiedere l’autorizzazione alla regione e rinnovarla ogni cinque anni: per effetto della Bassanini la competenza è passata alle province, e le regioni entrano in gioco solo quando si tratta di autorizzare grandi impianti di termovalorizzazione e discariche di notevoli dimensioni. Accanto alla procedura ordinaria, disciplinata dagli articoli 27 e 28 del decreto Ronchi, esiste un iter semplificato: l’esercizio delle operazioni di recupero dei rifiuti può essere intrapreso decorsi 90 giorni dalla comunicazione di inizio di attività alla provincia territorialmente competente.
Il sistema per le imprese iscritte è appesantito da oneri burocratici e cartacei: registro di carico e scarico, formulario, comunicazioni.

 

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